La crisi della Mivar

Ho un letto un post sulla crisi della Mivar che mi ha lasciato un po’ interdetto. Non sono un gran conoscitore del panorama industriale italiano ma qualcosa mi capita di sentirlo e qualche volta le informazioni possono anche essere di prima mano. Non ho modo di controllare puntualmente tutte le informazioni ma la situazione mi pare interessante.

La crisi non è di oggi. Gironzolando sull’archivio del corriere ho ritrovato un articolo del 2001 che parla in termini piuttosto simili a quelli di oggi. Ed i rapporti con i sindacati non sono mai stati buoni.

Da quello che sono riuscito a mettere insieme la storia della MIVAR è abbastanza lineare: nasce nel 1945 come VAR (Vichi Apparecchi Radio) dall’iniziativa domestica di un perito elettronico. Carlo Vichi. Dopo oltre 10 anni l’azienda si trasforma, iniziando la produzione di televisori in bianco e nero, ed assume la denominazione attuale. Nel 1969 la sede viene trasferita ad Abbiategrasso, plausibilmente per poter utilizzare operai meno sindacalizzati. Verso la fine degli anni 90 Vichi termina la realizzazione di un suo sogno: la costruzione di un nuovo stabilimento progettato e curato nei minimi dettagli. Da chi lo vide quando ancora non era utilizzato (se non come magazzino o poco piu’) venni a conoscenza delle scelte mirate a garantire il comfort degli operai e della testimonianze delle simpatie di ultra-destra del Vichi. Temo di confondermi con Ciarrapico ma sono quasi certo che si parlasse di busti del Duce o cose simili. Cio’ che davvero stupisce è il fatto che lo stabilimento sia stato non solo progettato ma anche realizzato esclusivamente con il ricorso a risorse proprie.

Che si tratti di un’azienda padronale è fuori di dubbio. Che l’organizzazione interna ed i risultati ottenuti fossero eccellenti è piuttosto noto: basti notare come si tratti di una realta’ che ha scelto di non delocalizzare la produzione e che si è sempre mantenuta in ambito esclusivamente nazionale. Da chi aveva avuto esperienze dirette ho sempre ricevuto la sensazione che si trattasse di una fabbrica molto particolare, in cui si entrava per cooptazione, in cui la dedizione era ricambiata dal rapporto diretto con un proprietario presente in prima persona, attivo in prima linea, e dalla possibilita’ per chiunque di fare “carriera” in base esclusivamente ai propri metodi. Quando si inizio’ a parlare dell’organizzazione interna di Google, molto “piatta” e poco formalizzata, mi venne in mente proprio la Mivar.

Qualche altra informazione la potete trovare via Google sul sito del Sole.

Io credo che la crisi della Mivar sia stata ampiamente annunciata negli ultimi 10 anni e che il Vichi abbia compiuto una specie di miracolo all’italiana. Lo associo pero’ ai personaggi come Bernardo Caprotti di Esselunga, piuttosto che agli Olivetti o ai Ferrari. Chissa’ che prima o poi qualcuno non ci racconti per bene la storia di Vichi e dei suoi rapporti con gli operari. Al di la’ delle simpatie politiche e delle tensioni con i sindacati sono convinto che potrebbe essere interessante riscoprirne gli aspetti piu’ genuinamente imprenditoriali e le idee meno banali sull’organizzazione del lavoro o sulla qualita’.